Ciò senza il quale vivere non sarebbe più vivere

Photo by Shandell Venegas on Unsplash
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All’origine e poi nel corso dell’intera vita cristiana c’è quel mutamento radicale di cui trovo un’espressione significativa in una parola dell’apostolo Pietro. Dopo il discorso di Gesù sul pane di vita, tutti se ne vanno: “È pazzo”, dicono. Il che significa: è estraneo alla nostra ragione. “Volete andarvene anche voi?”, domanda Gesù ai suoi discepoli. Liberi di farlo. “Da chi andremo? – risponde Pietro – Tu hai le parole della vita” (cf. Gv 6,67-68). Pietro non capisce di più, però sa già che partire vorrebbe dire lasciare la propria vita. Ciò che quell’uomo gli ha svelato della sua stessa esistenza. Gesù non è ciò che egli possiede, ma ciò senza il quale vivere non sarebbe più vivere. Egli è già l’essenziale, e resta differente; necessario, e imprendibile.

Sia da un punto di vista collettivo che da quello personale, l’itinerario cristiano è di questo tipo. Collettivamente si traduce, per esempio, nel movimento apostolico e missionario. Questo non ha essenzialmente lo scopo di “conquistare”, bensì di riconoscere Dio là dove, finora, non era percepito. Il partire per il deserto, o verso terre straniere era, un tempo, un fuggire dalle città cristiane dove la fede rischiava di rinchiudersi su se stessa, comodamente seduta su certi poteri e certi sistemi; è l’inizio di un viaggio verso paesi, linguaggi e culture in cui Dio parla una lingua non ancora decodificata e non registrata. Il partire destina il pellegrino alla sorpresa. Traduce, geograficamente e socialmente, la certezza che Dio è l’incomprensibile senza il quale, tuttavia, è impossibile essere cristiani e uomini. Una solidarietà della fede lega a questo sconosciuto. Questo estraneo non cessa di essere (nel senso amoroso del termine) colui che manca ai cristiani.

Lo stesso avviene per l’esperienza spirituale. Una tradizione, fra le tante, lo mostra: la xeniteía, lo “sradicamento”. Questo movimento che consiste nel partire per altrove, come Abramo, “senza sapere dove” (Eb 11,8), per udire in terra sconosciuta la parola umana di Dio, oppure nello sperare da altrove il suo volto d’uomo in una storia sempre sorprendente, è anche il movimento interno dell’avventura religiosa. È il modo dell’incontro.

Due correnti, infatti, sembrano dividersi la spiritualità cristiana: una mistica, l’altra escatologica. La prima attesta un’unione con Dio percepito come l’essenza o la respirazione dell’essere. La seconda esplicita il desiderio che attende Dio come colui che verrà alla fine. Si potrebbe credere che solamente la seconda manifesti l’estraneità di Dio. In realtà il mistico sperimenta, nel presente dell’unione, la necessità di perdersi: egli è preso, “rapito”, si diceva in passato, cioè rubato e come annullato nella propria soggettività da qualcosa o qualcun altro che è la sua notte e insieme il suo necessario. È pacificato da chi gli toglie i suoi beni. Rivive di ciò che lo divora. Anche nella prospettiva escatologica, aspirata da un avvenire, il desiderio è l’ignoto che fa vivere già fin d’ora, l’estraneità che ha un senso: un’esistenza è strappata a se stessa, ma da una speranza che le conferisce la sua sussistenza attuale. Finalmente, da una parte e dall’altra, benché sotto forme inverse, emerge questo “Altro” che è nondimeno “la mia vita”. Nell’esperienza personale, l’Estraneo è a un tempo l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere …

Come non v’è sul suolo terrestre un luogo che si possa designare come il paradiso, così non v’è, nell’organizzazione di una psicologia umana, nessun luogo particolare che possa essere indicato come quello della verità. Una tentazione antica, una radicale nostalgia porta l’uomo a determinare sulla carta del mondo un paradiso, un Perù, un paese delle meraviglie, un Eldorado. Lo stesso facciamo nella vita religiosa. Certo, il trovare un luogo può essere il punto di partenza di un’esperienza spirituale. Ma è impossibile restarci.

Noi tentiamo di localizzare Dio. Diciamo: “È qui”, oppure: “È là”. Pensiamo che sia in tale forma di esperienza più affettiva o al contrario in talaltra più razionale, o che sia in tale sorta di evento psicologico o miracoloso. Questa illusione è già descritta alla fine dell’evangelo. Gesù vi annuncia che alla fine dei tempi si dirà: “Il Signore è qui, in tal posto”, oppure si dirà: “Il Signore è là, in talaltro”. Questo, al pari di quello, è ingannevole.

A mo’ di immagine, partirò dall’esperienza di certi monaci dei primi tempi della chiesa, nel III e IV secolo. Di notte essi stavano in piedi, nella posizione dell’attesa. Si ergevano lì all’aperto, dritti come alberi, con le mani alzate verso il cielo, rivolti verso il luogo dell’orizzonte da cui doveva venire il sole del mattino. Tutta la notte il loro corpo abitato dal desiderio attendeva il levar del giorno. Era la loro preghiera. Non avevano parole. Che bisogno c’era di parole? La loro parola era il loro stesso corpo in travaglio e in attesa. Questa fatica del desiderio era la loro preghiera silenziosa. Erano là, semplicemente. E quando al mattino i primi raggi del sole raggiungevano la palma delle loro mani, essi potevano fermarsi e riposare. Il sole era giunto.

C’è nell’esperienza spirituale quest’attesa di cui è impossibile dire se sia più particolarmente corporale o spirituale, se sia più specificamente concettuale o affettiva. Sarà per noi una tentazione costante il voler identificare Dio con qualcosa di affettivo oppure di più razionale, di più fisico oppure di più cerebrale. L’attesa concerne il nostro essere intero. E ciò che ci giunge è precisamente il raggio che, illuminando la palma delle nostre mani e cambiando a poco a poco il paesaggio, ci annuncia che il sole viene, altro da ciò che la notte ci permette di conoscerne.

Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Edizioni Qiqajon, Magnano 1993


Per approfondire

Byung-Chul Han, L’espulsione dell’altro, Nottetempo, Milano 2017
Edmond Jabès, Il libro dell’ospitalitè, Raffaello Cortina, Milano 1991
Rosanna Virgili, Qual è il tuo nome? Alla ricerca della prorpia identità, Edizioni Qiqajon, Magnano 2019

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