Un necessario attraversamento del vuoto

Foto di Erik Mclean su Unsplash
Foto di Erik Mclean su Unsplash

18 marzo 2026

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 10,28-34 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 28Pietro disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 31Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi». 32Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: 33«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».


Due forze opposte traversano e travagliano tutto il racconto che abbiamo ascoltato. Due forze che creano una tensione palpabile nell’andamento del brano. Due forze opposte che trasmettono anche a noi questa tensione che ci risveglia dal nostro torpore: la tensione tra la libertà e la paura. La libertà di Gesù di fronte alla paura dei Dodici, che “erano sgomenti” (v. 32), e degli altri discepoli, che “erano impauriti” (v. 32). Espressioni dell’una e dell’altra traspaiono lungo tutto il brano; trapelano nelle parole, nei gesti e nei silenzi di Gesù, di Pietro e dei discepoli.

Entrambe – libertà e paura – sono generate dal rapporto con una dimensione essenziale, fondamentale, che il vangelo oggi ci ripropone come determinante per il nostro itinerario di sequela evangelica: la perdita, il lasciare, il vuoto, la morte. Il racconto evangelico di Marco ci conduce in una prossimità crescente a Gesù, per imparare da lui come vivere questo attraversamento necessario per restare alla sequela di Gesù fino alla fine.

Nella prima parte del brano Pietro e Gesù sono figura del rapporto tra me e il mio Signore. Io e la mia proclamata adesione di svuotamento per causa sua e del vangelo: “Ho lasciato tutto e ti ho seguito” (cf. v. 28). Gesù e la sua realizzata adesione di svuotamento per causa del Padre e della sua volontà di bene per il mondo: “Sono venuto … non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38). C’è una pausa di silenzio eloquente dopo quell’affermazione sospesa di Pietro: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (v. 28). Vi è un non detto, una domanda tanto più inespressa quanto più bruciante, che l’evangelista Matteo esplicita senza vergogna: “Che cosa dunque ne avremo?” (Mt 19,27). Dietro a quella affermazione di Pietro e il successivo silenzio si cela la domanda: “Come sarà riempito il nostro vuoto?”

Gesù risponde con il medesimo linguaggio del suo interlocutore, forse l’unico che noi umani possiamo capire, quello del fare e dell’avere. Ma la prospettiva è rovesciata: a causa di quella Parola che chiede e realizza uno svuotamento, proprio a causa di questa, paradossalmente tutto si riempie, sì, ma come dono ricevuto e non carpito. “Non c’è nessuno che abbia lasciato … che non riceva” (vv. 29-30).

Poi Gesù tace, e riprende il cammino, si rimette per strada, una strada in salita (cf. vv. 32-33). Questo camminare verso Gerusalemme parla con il movimento della vita di quello svuotamento necessario per accogliere il dono della vita, il dono della vita risorta dopo aver attraversato lo iato dei “tre giorni”: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato … lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà” (vv. 33-34).

Di fronte al lasciare e allo svuotamento di sé, dunque, solo due reazioni sono possibili: l’accesso alla libertà o il permanere nella paura. Solo due interpretazioni della perdita e del vuoto sono possibili: salto per/verso la vita o stagnazione nella morte. Tutto dipende da un vuoto assunto come spazio di accoglienza di un dono. “Beati voi, vuoti, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20). “Beati i vuoti nello spirito, perché loro è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Beati noi quando i nostri cuori sono spazio vuoto, accogliente il dono di Dio.

fratel Matteo