Siamo capaci di vivere il silenzio senza soffocarlo?

Foto di Tom Parandyk su Unsplash
Foto di Tom Parandyk su Unsplash

4 aprile 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 27,62-66  (Lezionario di Bose)

Il giorno seguente, 62quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, 63dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, mentre era vivo, disse: «Dopo tre giorni risorgerò». 64Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: «È risorto dai morti». Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». 65Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». 66Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.


Oggi, sabato santo, il silenzio si espande sugli avvenimenti che abbiamo celebrato nelle liturgie dei giorni scorsi. Gesù è stato crocifisso e sepolto. I suoi discepoli sono scappati, qualcuno di loro ha compiuto gli ultimi gesti che si fanno verso un morto: Giuseppe di Arimatea si è preoccupato della sua sepoltura e alcune donne discepole stanno preparandosi ad andare alla tomba per piangere il loro Signore.

Il silenzio e le lacrime caratterizzano questa giornata. Silenzio e lacrime che possono essere di sgomento, di angoscia, di incomprensione, di delusione e anche di rabbia. Tutti sentimenti leciti che compaiono quando pensiamo alla fine di una storia con una persona amata, quando pensiamo al passato che ora non c’è più, quando pensiamo o forse ci fermiamo nei ricordi perché abbiamo paura di perdere anche quelli.

 Oggi la liturgia ci dice sì di fermarci e di meditare su quanto avvenuto, ma ci sprona, proprio attraverso il silenzio a far emergere quanto il Signore ci ha comunicato attraverso la sua vita e anche la sua morte. È una sosta necessaria per permettere ai discepoli di ricollocarsi rispetto agli avvenimenti che hanno vissuto e, a poco a poco, di dare spazio a quella speranza che era in ciascuno dei loro cuori quando si erano posti alla sequela di Gesù. Si tratta per i discepoli di metabolizzare ciò che i loro occhi hanno visto e ciò che le loro orecchie hanno ascoltato e di aiutarsi vicendevolmente a porre tutto ciò nel disegno di salvezza di Dio.

Detto questo, il testo del Vangelo di oggi ci offre una situazione che sembra contraddire il clima di questa giornata. Ci viene descritta gente indaffarata in elucubrazioni, in interpretazioni delle parole di Gesù, addirittura che lo ridicolizza e, infine, intenta a creare strategie ancora per difendersi da “quell’impostore”.

Scribi e farisei sembrano agitati, affannati a cercare di mantenere il loro potere. Sono simili ad una folla rumorosa in cui ciascuno vuole esporre, o meglio, grida la propria idea per difendere e controllare il proprio potere. È un vociare che cerca di soffocare un silenzio di cui loro stessi hanno paura. Perció proseguono nella loro pianificazione di cancellare ogni traccia di colui che ha destabilizzato il loro ordine religioso, tutto rinchiuso in leggi e precetti.

L’evangelista Matteo ci dice che quello che hanno chiesto a Pilato lo ottengono senza troppi problemi e a noi potrebbe sembrare un’ulteriore vittoria della loro strategia: lo hanno ucciso e, adesso, non gli permettono di compiere quello che aveva annunciato. In realtà sono loro stessi che si sono chiusi in un sepolcro che oggi sigillano ulteriormente. Il sepolcro del controllo, del sopruso e della violenza che, in quanto tale, non permette di ascoltare e di vivere una parola nuova, quella del comandamento nuovo, che Gesù aveva consegnato ai discepoli proprio nell’ultima cena con loro.

Scribi e farisei si sigillano dietro alla pietra del loro cuore e non permettono che la luce della resurrezione di Cristo possa illuminare loro un’altra strada, diversa da quella della violenza e del sopruso, una strada che porta alla pace e alla fraternità.

sorella Beatrice