Il capitale di una vita

Foto di George Pagan III su Unsplash
Foto di George Pagan III su Unsplash

1 giugno 2026

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 15,11-32 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei e agli scribi: 11«Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».


Una vita perduta e ritrovata. Una vita, l’autentica vita. Quella del figlio minore: perduta lontano da casa, ritrovata nell’abbraccio del padre. Quella del maggiore: perduta stando in casa, lontano dalla festa di un abbraccio in cui ritrovarla. Quella del padre: perduta con quella dei figli, ritrovata non senza il loro abbraccio, perché si tratta di un’unica vita. Quella di un uomo e dei suoi figli.

Iniziamo un’altra settimana dedicata alle parabole. Il racconto di oggi è la risposta di Gesù alla mormorazione di farisei e scribi riferita nei primi versetti di questo celebre capitolo 15 di Luca: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: ‘Costui accoglie i peccatori e mangia con loro’”. Comprendiamo ciò che fa problema: Gesù li attira e li accoglie, fino però a compromettersi, perché condivide con loro la stessa tavola… la stessa vita? L’essere commensali esprime comunione, e Gesù con quella gente… banchetta, fa festa?

“Ed egli disse loro questa parabola” (v. 3): una parabola, uno stesso messaggio, in tre parabole, tre racconti simili, i due letti sabato e quello di oggi. Sono le cosiddette parabole della misericordia o della gioia.

Misericordia che vediamo oggi riflessa nello sguardo con cui un padre non ha mai smesso di seguire l’errare del figlio: “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide”. Gioia che vorrebbe condividere anche con l’altro figlio, che però al momento pare non poter capire: pur avendo servito il padre per tanti anni senza allontanarsi da quanto gli era comandato, non ha ancora sentito come sua l’unica vita di quella casa.

Prova a farlo riflettere il padre quando gli dice: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Solo così anche il maggiore potrà vivere il ritorno a casa senza fermarsi alla sua prima reazione indignata ma rientrando davvero in sé, anche lui come il minore: scoprendosi pure lui perduto e ritrovato, come fratello e come figlio, per il quale fare festa

Su richiesta del più giovane, il padre si era trovato a dividere tra loro “le sue sostanze” (lett.: “la sua vita”). Non è per lui questione di soldi, ma di relazioni: l’autentico capitale di una vita. Vedendo il suo figlio più giovane partire in quel modo non vede allontanarsi una parte del suo patrimonio ma un “pezzo” della sua vita. È una lacerazione profonda, che apre le viscere. Ma sono viscere di misericordia, torneranno a sussultare di gioia. Con lacrime di commozione, già vedono l’altro rivestito dell’abito e dei segni della festa, perduti e ora ritrovati più belli, indossati con rinnovata consapevolezza quale segno della sua dignità.

Consapevolezza, fatta di misericordia e gioia, che è data quando ad un certo punto si è costretti a fare i conti e si ha la grazia di non farli da soli. Come il minore: “Quanti salariati…”; lontano da casa, ho finito per accettare una dipendenza umiliante da uno sconosciuto, senza sfamarmi. Come il maggiore: “Ti servo da tanti anni…”; se sono figlio non posso continuare ad abitare la casa con animo servile, senza ascoltare la mia fame di gratuità. Che mi sia dato di sfamarmi di vera libertà.

 fratel Fabio


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