L’intima presunzione che ci allontana dalla verità
6 giugno 2026
Dal Vangelo secondo Luca - Lc 18,9-14 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù 9disse questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 14Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Humus è “terra” e il terrestre è l’umano, il fatto di terra, “da essa sei stato tratto” ci ricorda il Dio creatore (cf. Gen 3,19). Da questa radice latina humus viene anche l’ultima parola chiave della parabola, “umiliato/umiliarsi” (18,14). Ma ben diverso è “essere umiliati” da “umiliarsi”. Dalla parabola scaturiscono queste domande: che idea ho di me stesso? Che postura ho davanti a Dio? Che sguardo ho su gli altri?
Per chi si umilia c’è “un futuro pieno di speranza” (cf. Ger 29,11), di “giustificazione nella propria abitazione” ovvero nel proprio corpo e un futuro di “esaltazione” (18,14).
A chi “sarà umiliato” rimanda invece la porta d’ingresso del libro della preghiera della Bibbia, i Salmi: “…non così i malvagi….non si alzeranno i malvagi nel giudizio….la via dei malvagi si perderà” (cf. Sal 1,4-6)
Sappiamo inoltre da un altra importante parabola, quella specifica sull’humus, che ci sono almeno quattro tipologie di terra: “la buona, la spinosa, la pietrosa, la polverosa” (cf. Lc 8,5-8). “Chi si umilia” lo sa per averne fatto esperienza, sa che sono stratificate queste quattro terre sulla propria pelle, chi si umilia “non osa nemmeno alzare gli occhi”, chi si umilia “batte il proprio petto” (18,13), riconosce in se stesso oltre al buono anche le spine, i sassi, la polvere.
Se non siamo attratti o peggio ormai cristallizzati dalla postura del fariseo (18,11), da colui che per Gesù indossa con continuità la maschera dell’ipocrisia, il menzognero seriale (cf. Mt 23,13.15.23.25.27.29); queste terre ci appartengono, sono i terreni che ci appartengono in diverso grado dalla nascita alla morte; queste terre richiedono continuo lavoro di estrazione, di bonifica dai rovi, dalle pietre, dalle polveri impalpabili, dalle melate appiccicose e dalle ragnatele visibili solo in controluce.
Il fariseo pensa di essere il solo: il “tra sé" (18,10) denota un certo grado di autismo. Il fariseo è sicuro di essere solo e soltanto “in piedi”, terreno buono. Se per caso si domanda: sono “ladro”? Sono “adultero”? Sono “ingiusto”? Conclude che il male non è in lui ma sempre fuori di lui: ”io non sono come gli altri.” (18,11) Ha un “intima presunzione” che si concentra spesso sulla persona più prossima a lui, “questo pubblico peccatore”…e non è il solo (18,9).
Questa “intima presunzione” non è solo un male personale, può diventare come vedono anche gli occhi di Gesù presunzione di un'intera comunità, male di un intero popolo.
Nostro compito è lavorare, pensare, e soprattutto “pregare”, perché si attui un cambiamento di sé, perché sempre più prevalga “la parte buona” (10,42), sapendo che questo accade e accadrà non per una propria virtù, ma se interviene, insieme alla nostra preghiera-conversione-pentimento, lo Spirito che “ci guida a tutta la verità” (Cfr Gv 16,13), se interviene il Padre, il “Dio” sorgente della misericordia che ama-perdona-esalta sì, ma “chi si umilia” (18,14), ovvero per l’evangelista Luca ad esempio “il pubblicano” (18,10), “il cieco di Gerico” (18,38-39), “Maria di Betania” (10,39), “la vedova che nella sua miseria consegna sé stessa” (21,4).
fratel Giuseppe
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