Semplice trasparenza del Padre
13 giugno 2026
Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 14,12-14 (Lezionario di Bose)
Venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, Gesù disse ai suoi discepoli: 12«In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».
Il vangelo di oggi fa parte del lungo discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli dopo la lavanda dei piedi e il tradimento di Giuda Iscariota. Gesù annuncia l’avvicinarsi della sua glorificazione, la sua passione, morte e resurrezione e vuole rassicurare i discepoli che la comunione con loro non verrà meno.
Nell’ora dell’addio, del suo avviarsi “ad-deum”, Gesù ribadisce che non abbandonerà i suoi, perché li ha amati fino alla fine! Il comandamento dell’amore diviene l’esercizio che custodisce e manifesta nel quotidiano la presenza del Signore (cf. Gv 13,35). L’avere fede “in Dio e in me” (Gv 14,1) è la modalità di relazione fondamentale che porta alla vita. Affidarsi, porre il proprio punto di appoggio, la propria sicurezza nelle parole che Gesù ci ha lasciato e nella memoria dei segni compiuti, ecco la via, come ricorderà l’evangelista alla fine del suo racconto: “Questi segni sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31).
Non devono avere paura, il loro cuore non deve essere turbato, scosso, disorientato (cf. Gv 14,1.27) ma abitato dalla fiducia nella promessa che Gesù tornerà, sarà di nuovo e sempre presente. Una presenza che prende dimora in coloro che credono e che li rende capaci di essere come lui presenza attiva ed efficace del desiderio di vita che il nostro Dio ha nel cuore per ogni uomo.
Il discepolo, vale a dire anche noi stessi che cerchiamo di esserlo, può essere nel mondo segno efficace della “gloria” di Dio (cf. Gv 14,13), ovvero manifestare nel suo agire e nel suo modo di vivere la volontà di vita di quel Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito… perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,16-17).
Gesù, come scrive Bruno Maggioni, è “trasparenza del Padre” e questo è il compito che ci è affidato come discepoli. Lasciare trasparire nella nostra umanità, nel nostro stare nella compagnia degli uomini, nelle parole, nelle azioni, nei pensieri, quella presenza di Dio che ci abita fin dalla creazione, attraverso il soffio vitale del suo spirito (cf. Gen 2,7). Una presenza gentile, calma, affidabile, rassicurante, pacifica. Proprio come chiede la lettera di Pietro, di rendere ragione della speranza che ci abita, ma con dolcezza, mitezza (cf. 1Pt 3,15)
Per non perdere di vista questo, è necessario custodire una prossimità e vicinanza con il Signore Gesù. Ecco allora il tema della preghiera che è stato al centro dei testi del vangelo di questa settimana. La preghiera è esercizio a questa trasparenza, apertura alla presenza del Signore e custodia della comunione con lui, attraverso la memoria della sua parola, attraverso uno sguardo diverso su ciò che ci circonda per cogliere i segni che Lui è con noi, fino alla fine del mondo. Nella natura, nelle persone, nell’umanità che vive, nella storia… lì è il Signore. La preghiera è esercizio a guardare oltre sé stessi, ad allargare l’orizzonte del proprio sguardo e vedere più in profondità e più lontano.
Abbiamo fede in questo e troveremo la pienezza della vita, quella che il vangelo chiama “gloria”. Sì perché, come ci ricorda Ireneo di Lione: “L’uomo che vive è gloria di Dio” .
fratel Marco