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1. Domandò l’amico al suo amato se in lui fosse rimasto qualcosa da amare. Rispose l’amato che l’amore dell’amico poteva moltiplicarsi solo nell’amare.
18. Vi fu un parlare tra gli occhi e la memoria dell’amico perché gli occhi dicevano che niente è come vedere l’amato senza ricordarlo, mentre per la memoria è grazie al ricordo che l’acqua ruscella fino agli occhi e il cuore s’infiamma d’amore.
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Dio è nel mondo là dove c'è l’uomo! Ecco perché all’uomo è concesso il dominio all’interno del creato (Gen 1,26), ma non si tratta di una potestà che autorizza l’uomo a spadroneggiare o di cui può abusare: in tutto questo egli è e deve restare il rappresentante di Dio, del Creatore, di Colui che crea continuamente mantenendo in vita il creato.
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Nella lingua ebraica non c’è un termine che corrisponda veramente al nostro concetto di “felicità”, benché molti lo sfiorino da vicino. Neanche il conosciutissimo sostantivo shalom è interamente corrispondente. In ultima analisi, il termine ashrè, spesso tradotto con “felice” o “beato”, è probabilmente quello che più si avvicina a ciò che normalmente intendiamo per “felicità”: in effetti sembra evocare una fortuna durevole, un successo, un’evoluzione in atto. Ma, oltre al fatto che la felicità che designa spesso ha qualcosa a che fare anche con Dio o con la Sapienza, che consiste nel conformarsi all’ordine del Creatore, resta difficile discernere cosa esattamente significhi questo termine. Inoltre la parola ashrè e il verbo che da essa deriva ricorrono quasi soltanto per proclamare “felice” qualcuno che non necessariamente ha la sensazione di esserlo.
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