Dal sogno alla realtà
8 gennaio 2026
I pochi versetti del vangelo di oggi, da leggere con quelli che subito precedono (Mt 1,13-18), ci parlano di sogno: sogno dell’uomo, ma anche e primariamente “sogno” di Dio…
I pochi versetti del vangelo di oggi, da leggere con quelli che subito precedono (Mt 1,13-18), ci parlano di sogno: sogno dell’uomo, ma anche e primariamente “sogno” di Dio…
La nascita di Gesù rivela l’esistenza di due storie: la “grande storia” dell’umanità e la storia della salvezza di Dio, così discretamente intrecciata alla prima da poter passare inosservata. Occorrono occhi di fede e l’accoglienza della Parola di Dio per scorgere l’azione divina nel Figlio Gesù, venuto nel mondo per portare un amore che non si spegne mai (cf. Gv 13,1).
“È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini”. Così annuncia la lettera di Paolo a Tito (2,11), che è la seconda lettura della notte di Natale. Questa salvezza per tutti gli uomini, quindi anche per le genti e non soltanto per Israele, consiste in un insegnamento molto semplice. Infatti, la grazia di Dio “ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani, cioè a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” (Tt 2,12).
Il brano proposto oggi è l’inizio dell’evangelo secondo Matteo. Proprio per questo ci dice qualcosa di molto importante. Ma noi facciamo un po’ fatica capirlo. Infatti, ci presenta la genealogia di Gesù e, a prima vista, potrebbe sembrare un elenco arido di nomi. In realtà, questo testo è un vero e proprio progetto teologico più che storico.
Il prologo di Giovanni è un grande poema che canta la vita di Dio, canta il Dio della vita. Dio si invita nel nostro mondo come Verbo, Parola e luce. Un mondo, il nostro, avvolto in un silenzio muto e coperto da tenebre. Ecco il mondo del caos primordiale, prima che la Parola di Dio, il Verbo, e la sua luce non fossero intervenuti. Silenzio in attesa, silenzioso fruscio dello Spirito di Dio aleggiante sulle acque.
Rispondendo a chi vuole metterlo alla prova sul tema del ripudio, Gesù rimanda all’origine del disegno di amore di Dio: Dio ha creato l’uomo e la donna perché fossero una carne sola.
Con poche parole l’evangelista Luca ricorda la circoncisione di Gesù al compimento degli otto giorni prescritti dalla Legge e l’imposizione del nome; due gesti che marcano la sua appartenenza al popolo dell’alleanza e l’inserimento nel contesto delle relazioni sociali.
Oggi questo testo sembra più uno scioglilingua che una buona notizia, un lungo elenco di nomi, tranne qualcuno qua e là, pressoché sconosciuti. Il ritornello che ricorre sempre è “figlio di” per ben 77 volte.
Luca nel suo vangelo narra molto più degli altri sinottici storie di donne. Qualcuno ha notato che è caro a Luca presentare figure parallele di uomini e donne. Per esempio accanto al pastore che perde una pecora (15,4), c’è una donna che perde una dracma (15,8). Anche nell’episodio della presentazione al tempio di Gesù, accanto alla figura dell’anziano Simeone, ecco che troviamo l’anziana profetessa Anna.
Luca fa precedere il racconto del ministero di Gesù da due capitoli che narrano la sua nascita e infanzia, fornendo già un’interpretazione teologica della sua venuta nel mondo e della sua missione. Gioia, esultanza, consolazione, salvezza e redenzione sono i termini che percorrono questi capitoli, proiettando la luce dell’annuncio pasquale già nella venuta nel mondo di Gesù, il Salvatore. Questi capitoli sono stati visti come un ponte tra l’Antico Testamento e il ministero di Gesù, mostrando come tutta l’attesa di Israele trova un compimento nella nascita di Gesù e svelando anche le dimensioni di questa attesa: la salvezza di Dio riguarda tutte le genti, la messianicità di Gesù ha una portata universale.
Il Vangelo odierno è l’ultima pagina del testo giovanneo che si conclude accostando gli apostoli Pietro e Giovanni per riconoscere a entrambi un ruolo d’autorità all’interno della comunità dei seguaci di Gesù.
L’episodio avviene là dove aveva avuto origine la prima narrazione dell’eucaristia con il segno della moltiplicazione dei pani sul lago di Tiberiade. Allora, in una sequenza cadenzata da gesti silenziosi i discepoli erano stati testimoni della potenza di vita racchiusa nella Parola di Gesù.
Perché associare la memoria di una morte a quella di una nascita? Perché ricordare Stefano, primo martire cristiano, il giorno dopo la celebrazione della Natività del Signore nostro Gesù Cristo?
Il Benedictus è il canto di Zaccaria, che ritrova la voce della fede dopo il lungo silenzio dell’incredulità. Pieno di Spirito Santo (cf. v. 67), egli trasforma la propria esperienza in poesia, narrando con gratitudine la storia della salvezza. Zaccaria è immagine di ogni credente che, dopo il dubbio, toccato dalla grazia, riprende la parola per lodare: la fede, quando rinasce, si fa canto di riconoscenza e testimonianza.
Giovanni il Battista, cammina davanti a Gesù, per nascita, per vita, per morte. Dalla danza nel grembo di sua madre Elisabetta all’arrivo di Maria che porta nel grembo Gesù, fino all’incontro al Giordano, le strade di Giovanni e Gesù si susseguono e si intrecciano in un reciproco riconoscimento l’uno dell’altro. Non a caso la liturgia pone questo vangelo che ne narra la nascita appena prima della festa del giorno Natale di Gesù.
“Allora Maria disse”: così si apre il nostro testo, con evidente aggancio a ciò che precede. L’incontro con Elisabetta, con tutto ciò che ha significato per le due donne, libera la parola di Maria, fa cantare il suo silenzio. Il Magnificat diventa così una “meditazione lirica sul significato dell’evento dell’annunciazione” (J. Dupont) e un canto sgorgato dall’incontro della visitazione.