Dal sogno alla realtà

Foto di John Doyle su Unsplash
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8 gennaio 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 2,19-23 (Lezionario di Bose)

19Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». 21Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. 22Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea 23e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».


I pochi versetti del vangelo di oggi, da leggere con quelli che subito precedono (Mt 1,13-18), ci parlano di sogno: sogno dell’uomo, ma anche e primariamente “sogno” di Dio…

Essi ci dicono ciò che accade quando un uomo dà spazio e carne nella sua vita al “sogno” di Dio, cioè al desiderio di Dio di vita e pienezza per l’umanità. Sì, perché il protagonista di questo breve testo non è Giuseppe, come può sembrare, ma è il Signore, che rivelandosi e trovando accoglienza in un uomo concreto, porta vita e salvezza (“compimento”, vv 15.17.23) nelle pieghe della nostra tormentata storia umana.  

Alla nostra sensibilità moderna suscita un po’ di perplessità leggere che Dio si manifesta in un sogno, ma occorre ricordare che Matteo, attingendo alla vasta tradizione anticotestamentaria, evocando il sogno ha un intento teologico, non storico. Nel sogno Dio si rivela e rivela la sua volontà, e di pari passo, nel sogno la persona, qui Giuseppe, offre uno spazio di accoglienza a Dio, uno spazio di cui non è padrone nel quale però arriva a discernere una presenza e a questa presenza fa obbedienza. Giuseppe compie la Parola in sé stesso, dandole carne, rendendola storia concreta nello spazio e nel tempo. E così facendo Giuseppe rende il sogno realtà! 

Ciò che dovrebbe sorprenderci quindi non è il sogno, ma l’obbedienza puntuale di Giuseppe ad una Parola, ed è questo che crea la differenza tra Giuseppe e Pilato, che pure aveva ricevuto anche lui, tramite la moglie, una rivelazione di Dio in sogno (Mt 27,19): Giuseppe realizza la Parola e apre alla vita, Pilato rigetta la Parola e si fa strumento di crocifissione.

E così, tramite il sogno di Giuseppe tradotto in realtà, il Signore compie la Scrittura: il piccolo Gesù trasforma la storia in un cammino di vita e non di morte (al contrario di quanto fatto da Erode, Mt 1,16-18), perché è ormai la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il narratore infatti fa compiere un itinerario ben preciso a Gesù: dalla Terra di Israele all’Egitto e poi ritorno, dall’Egitto alla terra di Israele. È evidente qui il parallelismo con le tappe fondamentali della storia di Israele: la discesa in Egitto con Giuseppe e i suoi fratelli, e il ritorno alla Terra promessa con l’uscita dall’Egitto sotto la guida di Mosè. Solo che nel brano evangelico è Dio stesso incarnato a compiere questo percorso. Come a dire che la salvezza che il Signore offre non si realizza a parole, ma accompagna le vicende umane, ne diviene parte; ci viene narrato un Dio pienamente solidale con il suo popolo, al punto da condividerne le vicende in prima persona.

Infine: in questa pagina Giuseppe si dimostra l’uomo della cura. Il “fare la Parola” ricevuta si traduce in un prendersi cura delle creature che gli sono state poste accanto: Maria e il bambino Gesù. Il prendersi cura di Dio per le sue creature passa attraverso il concreto prendersi cura umano

Giuseppe fa della sua vita luogo di responsabilità, anche se e quando questo comporta la fatica di lasciare la terra, di vivere uno sradicamento, l’incertezza del futuro (di notte è costretto a muoversi, Mt 1,14), la paura (v. 22). A tutto Giuseppe antepone la cura.

sorella AnnaChiara


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