Chi è il vero cieco?

Foto di Preston Browning su Unsplash
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7 maggio 2026

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 9,1-16 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù, 1passando, vide un uomo cieco dalla nascita 2e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». 3Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe» - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
8Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». 9Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». 10Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». 11Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: «Va' a Sìloe e làvati!». Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». 12Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so». 13Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro.


Il brano del Vangelo di oggi racconta la breve sospensione dall’insegnamento che Gesù offre pubblicamente al tempio di Gerusalemme per la Festa delle Capanne. È questo il momento opportuno, sembra suggerire il testo, per gettare nuova luce sul senso delle celebrazioni liturgiche perché Gesù opera una guarigione in giorno di sabato prolungando con un gesto di cura l’opera creazionale di Dio.

Il comportamento di Gesù appare quindi come un appello a compiere un cammino di verità; è ormai risaputo infatti il timore che abita quanti intendono la sua predicazione, timore che li trattiene dall’esprimere una meraviglia per i segni da lui compiuti (Gv 7,13).

È impossibile infatti separare la Parola di Dio da quella dei suoi profeti e quindi da quella di Gesù che come Figlio di Dio ci invita a una rinascita alla vita nello Spirito, suscitando in noi una visione di fede.

Gesù rappresenta quindi la novità di una parola che attualizza il passato e lo unisce al presente, che fa intravedere una continuità tra la prima e nuova alleanza. L’alleanza è infatti una sola e risuona con forza in ogni parola di rivelazione, rimanendo così sempre nuova e autentica.

Ecco quindi l’urgenza per Gesù di operare in pieno giorno e insieme di parlare con parresia: c’è un annuncio di salvezza destinato a tutto il mondo perché ritrovi la fede nel Dio che mantiene le sue promesse “fin dal principio” (Is 44,7). 

È così che Gesù può annunciare l’amore di Dio, compiendo le sue opere: l’impasto della terra per la guarigione del cieco incontrato sulla strada rinnova l’annuncio dell’amore fedele di Dio Padre per ogni sua creatura.

Gesù vuol ridonare luce ai nostri occhi con una parola nuova che risvegli la memoria del passato e insieme inviti a riconoscere nell’oggi le tracce della sua presenza.

Il cieco mendicante ora guarito è l’occasione, per i discepoli e i diversi personaggi del nostro brano, di iniziare un cammino di conversione e di ritorno alla fede nel Dio di Israele. Il Vangelo cioè vuole invitarci oggi a non limitare la nostra relazione col Dio vivente allo spazio di pratiche religiose soprattutto quando finiscono per sottrarre spazio e tempo alla cura dei nostri fratelli e sorelle. Come la parola dei profeti è per noi eco della voce di Dio, così l’altro incarna un riflesso del suo volto, la comune somiglianza con la sua immagine.

Eccoci così giunti al cuore del dilemma con cui si confrontano i discepoli e che sembra impedire il loro discernimento come il loro sguardo: il fatto di considerare continuamente il peccato del prossimo.

È duplice la cecità che suscita l’attenzione di Gesù, quella del corpo e quella dello spirito. Entrambe tolgono speranza perché legano a un passato che distoglie dal praticare ciò che sempre si oppone al peccato, il perdono. È questo quindi l’invito rivolto a noi suoi discepoli: liberarci dalla forme di peccato che ci allontanano dalla comunione fraterna, non permettendoci di vedere come Gesù sia sempre alla ricerca di ognuno di noi e voglia aprire sempre nuovi cammini di vita (cf. Gv 9,35).

Ciò che dissipa la cecità in ogni tempo e luogo è l’annuncio dell’amore preveniente di Dio che alla resurrezione risuona con gioia con queste parole: “Gesù è risorto e vi precede in Galilea: là lo vedrete”.

fratel Norberto


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