Porta, pastore o agnello?
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9 maggio 2026
Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 10,1-21 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei Giudei: 1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. 11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
19Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. 20Molti di loro dicevano: «È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?». 21Altri dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?».
Gesù Pastore. Ecco un’immagine che può ingannare l’uomo contemporaneo; non certo i pastori sardi, delle Alpi o delle terre africane o asiatiche, ma l’uomo della cosiddetta postmodernità, cittadino che ha spesso un’idea sbagliata della vita pastorale (non di quella parrocchiale, ma di quella contadina), in parte sotto l’influsso di un’arte dolciastra che voleva un Cristo con occhi blu e capelli biondi e lunghi, portando sulle spalle una pecora di un bianco immacolato.
Ricordiamo David davanti a Saul quando il gigante Golia faceva tremare l’esercito d’Israele: “Il tuo servo pascolava il gregge di suo padre e veniva talvolta un leone o un orso a portar via una pecora dal gregge. Allora lo inseguivo, lo abbattevo e strappavo la pecora dalla sua bocca. Se si rivoltava contro di me, lo afferravo per le mascelle, lo abbattevo e lo uccidevo. Il tuo servo ha abbattuto il leone e l’orso. Codesto filisteo non circonciso farà la stessa fine…” (1Sam 17,34-36).
L’immagine del pastore non è mielosa; è un lottatore. Così è il Cristo: lotta per la nostra vita, per la nostra umanità, contro le potenze di male e di morte, al prezzo della sua stessa vita. Ecco un’identità non priva di forza.
Altra identità: “Io sono la porta!”. Una porta indica una soglia, determina un dentro e un fuori. E qui, un dentro e un fuori del “recinto”. Quest’ultima parola è utilizzata il più delle volte dalla versione greca dell’Antico Testamento per designare il tempio di Gerusalemme. Insieme con l’azione del pastore che conduce fuori le sue pecore, anzi le “spinge fuori”, si evoca ciò che è avvenuto al capitolo precedente al cieco nato dopo la sua guarigione: interrogato dalle autorità religiose, le mette in collera, sicché finiscono per “cacciarlo fuori” (Gv 9,34, vedi anche v. 22).
È allusione alla situazione dei cristiani della fine del I secolo: le tensioni con l’ebraismo sono sfociate nella rottura; i cristiani sono stati esclusi dalla sinagoga quando, dopo la distruzione del tempio, l’ebraismo si è ristrutturato a Javne. L’evangelista attribuisce dunque al buon Pastore l’iniziativa dell’uscita dalla sinagoga, non già per condannare la sinagoga, ma per allargarne i confini e gli spazi. Violenza dunque, ma in vista di un’apertura.
Ricordiamo allora che il Battista aveva chiamato Gesù “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29); annunciava così l’agnello pasquale definitivo. E, di fatto, Gesù morì sulla croce quando si immolavano gli agnelli pasquali (cf. Gv 19,31). Si compiva così la parola detta dal sommo sacerdote: “È preferibile che muoia un uomo solo piuttosto che il popolo intero”, parola interpretata dall’evangelista come profezia secondo la quale “Gesù doveva morire per la nazione e non soltanto per essa, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,51-52). Ecco l’allargamento: i confini di Israele si aprono a tutte le genti! Il Cristo ha fatto uscire il suo gregge perché possa, attraverso di lui, ricondurre all’unità tutti i figli di Dio dispersi.
fratel Daniel
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