Come pregare

Foto di Tim Mossholder su Unsplash
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8 giugno 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,5-8 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  5«Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate».


“Quando pregate … Quando preghi … Pregando…”. Gesù pare dare per scontato che i suoi discepoli preghino: non chiede loro se pregano, se rispettano i tempi previsti per la preghiera quotidiana o settimanale. Sembra preoccuparsi esclusivamente del luogo in cui si prega e delle parole e posture che si usano nella preghiera, cioè del “dove” e del “come” preghiamo. 

Sul “dove” pregare, però, le indicazioni paiono strane: se infatti farlo agli angoli delle strade sembra insolito, non è forse in sinagoga che la comunità dei credenti si ritrova per la preghiera? E poi, sia nella Palestina dei tempi di Gesù, sia nei paesi abitati dai primi lettori di Matteo, sia nella stragrande maggioranza delle case in cui per secoli hanno abitato generazioni di cristiani, quanti mai potevano – e in moltissimi casi possono ancora oggi – disporre di una camera propria, con tanto di porta chiudibile?

Forse allora quegli accenni sul “dove” pregare sono finalizzati al “come” pregare: e qui le indicazioni si fanno più esigenti per ciascuno di noi. Innanzitutto alcuni richiami a “non fare” in un certo modo, quel modo che, proprio perché ci è abituale, ci deve essere ricordato affinché possiamo evitarlo: quindi “non essere ipocriti” (cioè non fingere, non mettersi maschere, non voler apparire diversi da quello che siamo), “non stare ritti per essere notati”, “non blaterare” (cioè non ripetere meccanicamente, non parlare senza pensare a quello che diciamo), “non diventare come i pagani” (perché “pagani”, così come “cristiani” non si nasce, lo si diventa).

Poi, dopo l’invito a liberarci dal malcostume che abita normalmente la nostra preghiera, Gesù dà indicazioni in positivo. Anzi, l’indicazione in positivo è una sola: “prega il Padre tuo nel segreto”

Il Padre “tuo”… che diventa “nostro” ogni volta che ci riconosciamo figli nel Figlio unico, il Padre tuo che ti ascolta, il Padre “tuo” che diventa “vostro” nel conoscere (cioè nel discernere e prendere a cuore) le necessità di ciascuno e di tutti insieme. 

E poi dobbiamo pregare “nel segreto”, in quel segreto che noi stessi fatichiamo a vedere ma che il Padre “vede”. E sappiamo bene che quando il Padre ci vede, anche da lontano, subito ci corre incontro per abbracciarci, anche se noi pensiamo di non essere più degni di essere chiamati suoi figli (cf. Lc 15,19-20). “Nel segreto”, non rinchiusi su noi stessi, ma raccolti nel cuore a cuore con Dio, ricondotti all’essenziale che ci apre agli altri, alla vita e al Dio della vita.

Così ammaestrati sul “come pregare”, possiamo tentare un’insolita sinossi evangelica. Questo brano sulla preghiera, infatti, è proprio dell’evangelista Matteo, ma forse anche Luca nelle sue indagini scrupolose presso i “testimoni oculari fin dall’inizio” (cf. Lc 1,1-2) doveva aver sentito un’eco di queste parole, un’eco talmente forte da fargli cogliere una parabola detta da Gesù e non riportata dagli altri evangelisti. Una parabola che ci parla anch’essa del “come” pregare (cf. Lc 18,9-14), invitandoci da un lato a non stare ritti nel santuario per blaterare elenchi di meriti propri e demeriti altrui e, d’altro lato, a fissare gli occhi sul Signore che è nel segreto del nostro cuore prima ancora che nell’alto dei cieli e a sussurrare solo due parole: “Kyrie, eleison”.

 fratel Guido


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