Una prossimità dilatata

Foto di Patrick Hendry su Unsplash
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17 giugno 2026

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 8,19-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 19andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». 21Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».


All’origine vi è innanzitutto un’impossibilità all’incontro, un ostacolo che si frappone, una distanza che separa: “E non potevano incontrarlo” (v. 19). Colpisce e interroga questa lontananza mostrata da parte di chi sembrerebbe il più vicino in forza di un legame di prossimità che dovrebbe unire le persone più familiari. Per tre volte nel testo si ribadisce il vincolo di parentela, insistendo sugli aggettivi possessivi, che denotano una progressione nella vicinanza: “sua madre e i suoi fratelli” (v. 19), “tua madre e i tuoi fratelli” (v. 20), “mia madre e i miei fratelli” (v. 21).

D’altronde questa distanza, che diviene incomprensione, accompagna tutto l’itinerario del vangelo, sin dall’infanzia di Gesù, quando i suoi genitori l’avevano ritrovato nel tempio di Gerusalemme intento a discutere con i maestri. E già in quell’occasione i suoi “al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: ‘Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo’ … Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro” (Lc 2,48.50).

I familiari di Gesù sono i primi incapaci di raggiungerlo, di vederlo, perché non riescono a capirlo, e in tal modo restano “fuori” (v. 20), come estranei. In un altro passo si dice che i suoi, sentendo come Gesù si immergeva tra le folle, “uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: ‘È fuori di sé’” (Mc 3,21). Ritroviamo qui la stessa estraneità: la famiglia di Gesù sta “fuori” e cerca di mettere le mani su di lui, ritenendo che proprio lui sia quello “fuori”…

Gesù, posto dinanzi alla richiesta dei suoi, a quel desiderio – sempre ambiguo nei vangeli – di vederlo (cf. Lc 9,9; 19,3; Gv 12,21) risponde ricollocando la prossimità con lui non nell’ambito dei rapporti di parentela, non nel desiderio di vedere, ma nella profondità dell’ascolto e nella concretezza della pratica: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano e fanno la parola di Dio!” (v. 21).

In tal modo Gesù non rinnega i vincoli che derivano dalla carne e dal sangue, non rinnega la maternità di Maria e la fraternità dei suoi parenti, ma la approfondisce, la dilata e la riconduce alla sua verità più profonda: la maternità, la fraternità e la sororità si fondano su una Parola ascoltata, accolta e tradotta nella vita

Maria è stata la madre del Signore non solo perché l’ha dato alla luce come un “nato da donna”, nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), ma perché si è posta in ascolto di quella Parola che l’ha raggiunta e – potremmo dire – travolta e sconvolta. Maria è madre perché ha aderito a quella Parola anche quando non riusciva a capirla; eppure si è affidata alla parola della grazia (cf. At 20,32) e ha cooperato con lei, le ha fatto posto nella sua vita e nella sua carne: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19), sebbene non riuscisse a comprenderle sino in fondo. Maria si è affidata, nella fede, al di là di sé stessa, a una Parola affidabile. E noi, sappiamo fare altrettanto?

 fratel Matteo