Vedere ciò che vede Gesù

Foto di Marco Poggio su Unsplash
Foto di Marco Poggio su Unsplash

15 settembre 2026

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 7,11-17 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 11Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 12Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 13Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». 14Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». 15Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 16Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». 17Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.


Il vangelo della vedova di Nain non racconta soltanto un miracolo, ma uno sguardo. Gesù entra nella scena mentre due folle camminano in direzioni opposte: una accompagna lui, la vita; l’altra accompagna un morto verso la sepoltura, nel mezzo c’è una vedova che ha perso l’unico figlio (cf. vv. 11-12).

Gesù non aspetta che quella donna lo invochi. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: ‘Non piangere!’” (v. 13). Gesù vede prima di essere cercato e si lascia coinvolgere, non passa oltre ma interrompe il proprio cammino. Mostra così che la misericordia non è indifferenza al dolore, ma capacità di restare accanto a chi soffre. È lo sguardo di un Dio che “consolerà il suo popolo” (Is 49,13) ed “è vicino a chi ha il cuore spezzato” (Sal 34,19), un Dio che entra nella storia e che diventa presenza: “Ho osservato la miseria del mio popolo … ho udito il suo grido” (Es 3,7).

Gesù si avvicina, tocca la bara e ferma il corteo (v. 14). La vita incontra la morte proprio sulla strada. Allora Gesù pronuncia una parola che va oltre ogni possibilità umana: “Ragazzo, dico a te, alzati!” (v. 14). Il verbo usato richiama il linguaggio della resurrezione. La voce di Gesù raggiunge colui che non può più rispondere: “Il morto si mise seduto e cominciò a parlare” (v. 15). Il racconto richiama quello di Elia, che aveva pregato per il figlio della vedova di Sarepta e lo aveva restituito alla madre (cf. 1Re 17,17-24). Ma qui emerge qualcosa di più grande: Elia invoca Dio, Gesù invece parla con la propria autorità.

Il giovane ritorna alla vita terrena, ma questo segno, letto alla luce della Pasqua, rimanda alla vittoria definitiva di Cristo sulla morte: “Io sono la resurrezione e la vita” (Gv 11,25). La speranza cristiana non cancella le lacrime e non nega il dolore, ma li attraversa nella certezza che la morte non ha l’ultima parola.

E poi “Gesù lo restituì a sua madre” (v. 15): non riconsegna soltanto un figlio, ma una relazione, un futuro. Per questo la folla proclama: “Un grande profeta è sorto tra noi” e soprattutto: “Dio ha visitato il suo popolo” (v. 16). Dio non rimane lontano dalla fragilità dell’uomo, la visita. È la stessa fede di Zaccaria: “Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo” (Lc 1,68).

Questa visita continua a interpellare il nostro modo di guardare. Viviamo in un tempo nel quale vediamo tutto, ma rischiamo di lasciarci toccare da sempre meno. Guerre, migrazioni e povertà passano ogni giorno davanti ai nostri occhi e possono trasformarsi in immagini alle quali ci abituiamo.

Il corteo di Nain continua a passare davanti a noi: ci sono ancora accanto a noi vite segnate dalla morte: persone ferite, vite interiormente spente, solitudini nascoste. Come è stato per Gesù, anche ogni nostro incontro con il dolore può diventare il luogo in cui riconoscere l’opera di Dio e darne testimonianza. Chi ha incontrato lo sguardo di Cristo riceve uno sguardo nuovo sulla storia.

sorella Mónica